E se costruissimo una città?

nycaerialpano

E’ da un po’ di tempo che ci penso, se sia il caso o meno di scrivere questo pezzo. Ma credo sia giunto il momento, perché a pensare troppo si rischia di dimenticarsi del motivo per cui si è cominciato a farlo. E quel motivo, e quel tempo, non possiamo più permetterci di perderlo. E poi, a dirla tutta, per fare un po’ di politica, perché è quello che stiamo cercando di fare, in fin dei conti.

Una città, dicevo. Si, una di quelle di piccole dimensioni, da 25/30 mila abitanti, che è ciò che poi già siamo, senza esagerare. Chi sa da dove vengo probabilmente ha già capito di cosa stia parlando, probabilmente se l’è già immaginata, o forse no. Ma il concetto è semplice. Viviamo in un territorio – quello che ruota attorno a Cervignano – omogeneo e compatto, geograficamente e culturalmente, composto da paesi di dimensioni più o meno simile, e tutti chiaramente piccoli, troppo piccoli.

Si fa un gran discutere delle dimensioni ideali per gestire un territorio, per garantire servizi adeguati, per poter sviluppare politiche e progetti, per poter vivere, sostanzialmente. E i Comuni attuali, per come sono pensati, ovvero per come sono stati pensati mezzo secolo fa, non sono più adeguati a rispondere alle richieste e alle aspettative del tempo in cui stiamo vivendo. Del resto chiunque abiti in uno dei piccoli comuni disposti attorno a Cervignano, nella cosiddetta Bassa friulana orientale, vive già, e già da anni, in maniera sovra-comunale: i figli vanno a scuola in un Comune, la palestra o l’attività sportiva si fa in un altro, il dottore è nell’altro ancora, e la propria abitazione è in uno ancora diverso, e così via. Siamo abituati a ragionare al di sopra dei singoli confini amministrativi dei Comuni per ogni nostra attività quotidiana, ma non ci siamo mai posti il problema di una gestione coerente e comune del territorio che calpestiamo ogni giorno. Davvero è così difficile? E’ impensabile?

E’ una proposta che qualcuno ha già avuto modo di ascoltare, ormai più di un anno fa, e che mi piacerebbe arrivasse a più persone. Per discuterne, per criticarla, per farne emergere i lati deboli. Per creare un po’ di entusiasmo.

Certo, è una cosa complicata, si vanno a toccare interessi particolari, a modificare troppe abitudini. Perché creare un comune unico che comprenda i sette comuni che da oltre dieci anni, ormai, fanno parte della Associazione Intercomunale del Cervignanese, nello specifico Cervignano, Aquileia, Terzo di Aquileia, Fiumicello, Ruda, Campolongo-Tapogliano e Villa Vicentina, è un cambio totale di paradigma, un cambio nel modo in cui intendiamo lo spazio dove si svolgono le nostre vite. In cui lo percepiamo, non come lo viviamo.

In totale si raggiungerebbero i 30 mila abitanti, più o meno; come una piccola cittadina, diffusa, rurale, e sarebbe una dimensione adeguata per poter gestire in maniera coerente lo sviluppo economico e sociale, per proporre progetti ambiziosi, per fornire servizi adeguati. Qual è, in fin dei conti, il compito della politica se non quello di cambiare, ridisegnare, costruire un territorio, fornire proposte, nuove soluzioni a problemi vecchi, proporre idee innovative (?) e tracciare la strada da seguire? Offrire una visione, uno scenario da costruire assieme.

Da due anni, ormai, ho l’opportunità di servire la mia comunità, e vedo, in maniera sempre più palese, che le cose così come stanno non possono funzionare. Sarà sicuramente anche incapacità mia, e di altri, ma un Comune funziona, e da’ risposte, e da’ servizi, se la parte amministrativa funziona bene, non solamente quella politica. E un ente con meno di tremila abitanti, con risorse e personale limitato, non è in grado di assolvere a quel compito, e a tutti quei compiti a cui deve dar conto, ora. Forse era in grado di farlo vent’anni fa (ma ho i miei dubbi), forse lo potrà fare in futuro, se ci riempiranno di soldi e personale (e ho nuovamente alcuni dubbi), di certo non ora, nella situazione in cui ci troviamo.

Nello specifico, pensare ad un trasporto pubblico efficiente, metter mano alle scuole, sistemare gli impianti sportivi (che sono alcune delle cose di cui dovrei, e mi piacerebbe, potermi occupare) sono tutte cose che un comune come il mio, per quanto i conti siano in ordine e il bilancio sano (fin troppo!) oggi come oggi non è più in grado di fare. E lo dico in maniera lucida, non rassegnata.

Compito nostro allora è ripensare alla struttura, riformare ciò che non va. E i comuni, così come stanno ora non funzionano più. C’è bisogno di coraggio, ma è questione anche di fiducia, di condivisione, di partecipazione.

Una città da 30 mila abitanti è una cosa che non può nascere in vitro, nel “segreto” dei Consigli comunali. Deve essere volontà e convinzione da parte di tutti, o almeno della maggioranza di quei tutti.

La riforma degli Enti Locali, che con mille difficoltà sta andando avanti, da’ una serie di risposte a tutto questo. Bene le UTI, a livello di servizi e pianificazione territoriale, ma andiamo avanti anche sulle fusioni. Lo stanno facendo altrove, noi guardiamo ancora alle punte dei campanili.

E’ chiaro che una cosa così non la si farà domani, e spero di non aver spaventato nessuno.

Però mi piacerebbe poter cominciare a tracciare una strada che vada in quella direzione. E ad esempio proporre una fusione tra i comuni di Terzo e di Aquileia non mi pare una cosa irraggiungibile. Si potrebbe fare entro la conclusione di questo mandato elettorale (2019). Che facciamo, ne parliamo? Io sono qui, scrivetemi pure (continfrancesco@gmail.com).

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One Comment on “E se costruissimo una città?”

  1. Barbara Vatta says:

    È La Questione più importante in questo momento e già porsi la questione denota visione politica. Non a caso è un tema che appassiona i giovani e i migranti, anche infraregionali come me (quelli che sono andati a vivere in un posto diverso da dove sono nati e che guardano di più al presente e al futuro che al passato). La.vecchia classe dirigente invece temporeggia o vede con sospetto questo tipo di proposta. Del resto hanno amministrato al tempo delle vacche grasse, tempo di grossi sprechi e privilegi che oggi paghiamo tutti (al pari delle babypensioni) e non riescono a riconoscere l’inadeguatezza delle dimensioni dei lori piccoli comuni. Li vedono agonizzanti ma attribuiscono questo stato all’incapacità degli attuali amministratori (quando c’eravamo noi invece). Non hanno più quella spinta ideale che cerca soluzioni nuove pur nel rischio intrinseco. Non sono più giovani, appunto, hanno paura, vorrebbero che tutto rimanesse fermo alla loro giovinezza e invece il mondo si è ribaltato. Chi questo mondo vuole viverlo invece deve pensare a una nuova idea di Comune, di territorio, di comunità locale. E l’idea che hai posto sul piatto va in questo senso. Io la sottoscrivo e mi rendo disponibile a fare tutti i passi necessari per arrivarci assieme a chi ci sta. Barbara Vatta


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