Uscire dagli schemi, ovvero prendersi le proprie responsabilità

Domenica verrà chiesto ai cittadini di Terzo (e a quelli di Aquileia) di esprimere una propria idea di futuro e di visione del territorio. Nulla di complicato in effetti, se si pensa che tutto il dibattere e la varietà di posizioni che si possono prendere sul tema e sulle sue varianti, vengono poi ridotte ad una semplice opzione: o Sì, o No. Senza vie di mezzo e sfumature. Il ché però limita di molto la presunta fantasia dell’elettore, che non può così, suo malgrado, spiegare la propria visione del mondo ma solamente rispondere ad una domanda fin troppo riduttiva: «Volete che sia istituito il nuovo Comune denominato “Aquileia” mediante la fusione dei Comuni di Aquileia e Terzo di Aquileia, con capoluogo in Terzo di Aquileia?».

Così è, purtroppo, ma la Democrazia c’ha le sue regole e i suoi riti, e vanno rispettati. Come vanno rispettati i risultati che con essa si esprime.

Le parole però sono importanti, e rischiano di condizionare il pensiero di chi le usa e di chi le ascolta. Allora, fosse stato per me, il quesito da porre sarebbe stato più o meno così: Vorresti passare da un sistema in cui due Comuni spendono il 45% delle proprie risorse solamente per restare in piedi (gestione quotidiana) ad uno con un Comune appena un po’ più grande, che rispetti la dignità e l’identità dei propri cittadini, spendendo però solamente il 35% delle proprie risorse per gestirsi? *

*(Sono calcoli dell’Università di Udine, non miei)

E dunque il 10% in meno, che su un bilancio annuale di un paio di milioni di euro fa più di 200.000€ all’anno di spesa corrente che può essere utilizzata per migliorare i servizi e fare investimenti e che invece attualmente viene buttata per “sopravvivere”. Banalmente.

A parlare solamente di soldi e numeri sembra essere dei freddi ragionieri, senza anima e spirito, ma sono innanzitutto un amministratore locale, e ho la delega e la responsabilità di gestire – per un dato e limitato periodo di tempo – il bene pubblico (che è una fetta di Paese) nella maniera più onesta, etica e sostenibile possibile.

E allora a ragionare in termini di sostenibilità ci è utile anche per parlare di Identità e di Autonomia, di futuro, di gestione del territorio.

L’Identità di un Comune è data dalla storia di un territorio e dalle singole storie personali di ognuna delle persone che abitano quel territorio, dalle relazioni tra di essi, dal rapporto con i nuovi arrivati e dalla capacità di mantenere e tramandare ai nuovi le abitudini e le tradizioni. (Detto tra di noi, chi in vita sua non si è mai presentato alla Cerimonia del 28 aprile a San Martino di Terzo non ha il diritto di parlare dell’ ‘identità’ di Terzo di Aquileia, ad esempio). Ma l’identità è data anche dai servizi che il Comune eroga alla propria comunità. Senza servizi la comunità non è più attrattiva, si chiude, perde i propri giovani e non accoglie i nuovi, e a lungo andare muore – e con sé la sua identità. E i servizi sono servizi economici (la mensa e il trasporto scolastico, la pulizia delle strade e dei parchi, gli investimenti nelle strutture sportive), che hanno dei costi e devono, soprattutto, poter essere sostenibili. Non essere più in grado di erogarli significa condannare a morte la propria comunità. Non oggi, non domani, ma molto più presto di quanto possiate immaginare.

L’Autonomia, invece, è il grado di libertà di decisione che ognuno di noi ha, date le risorse e gli strumenti che ha a disposizione. Un Sindaco che non ha risorse e strumenti per agire non ha autonomia, ma solo rappresentanza. La maggior parte delle azioni che un amministratore di un piccolo comune può compiere sono prese d’atto di scelte prese altrove. Forse questa cosa sembra poco credibile e può essere capita solo da chi fa l’amministratore oggi, dal 2008 in poi. Se non lo si è mai fatto (o, ancora peggio, lo si è fatto negli anni ’90) dubito si possa comprendere, a meno di un atto di fiducia verso chi lo sta raccontando. L’alternativa è provare. E dunque l’autonomia di cui tanti parlano già oggi non esiste, e solamente cercando a dare sostenibilità a un’ente che si riesce a renderlo autonomo.

Il dibattito ora può essere su quali dimensioni, perché è di numeri di cui in fondo si parla, un Comune deve avere per poter garantire l’Identità e l’Autonomia di una comunità (qui ad esempio un’interessantissima e corretta opinione di un amministratore di un comune toscano di più di 8.000 abitanti, più del doppio di Terzo di Aquileia – tipo San Giorgio di Nogaro, per intenderci, che è molto più sostenibile di noi – e dunque autonomo – per risorse e numero di dipendenti); se ha senso ripensare a se stessi e cedere ad un po’ del proprio egoismo, per il bene proprio e delle generazioni future. A quanti abitanti e quante risorse un Comune è sostenibile senza aver la necessità di dar fuori i propri servizi (e dunque farli gestire da altri)?

L’alternativa sta tutta qui, e sulla capacità di poter rispondere ad una questione del genere. Rimanere fermi così come si è oggi non vale, perché se non ci fossero stati problemi a nessuno di noi sarebbe mai venuto in mente di provare a fare una cosa simile.

Una cosa che va a sbattere contro le abitudini di ognuno di noi, perché richiede uno sforzo cognitivo maggiore provare a ripensare al proprio Comune, ai suoi confini, ai suoi riti e alle sue tradizioni, che in fondo significa un po’ ripensare a sé stessi.

Ma quando ci si pone davanti ad un problema che non è di immediata risoluzione non si può pensare di risolverlo con le categorie di pensiero a cui si è sempre stati abituati fino a un attimo prima. Per risolvere le cose difficili bisogna uscire dagli schemi, ampliare lo sguardo e cercare soluzioni nuove. Come il provare a coprire tutti i nove punti di questo quadrato con quattro segmenti di linea senza mai staccare la penna dal foglio. Uscite dagli schemi.

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Ora con queste poche righe non ho di certo l’intenzione, né la capacità, di convincere nessuno. Anche perché a questo punto sarete già tutti convinti. L’ho scritto solamente per me, per mia futura memoria, e per la memoria della prossima giunta e dei prossimi amministratori (quelli del 2019, molto probabilmente quei luminari e rivoluzionari del Comitato del NO, a furor di popolo) che avranno l’ingrato compito di alzare tasse e tariffe (quelle scolastiche, ad esempio – ad oggi – le più basse di tutto il territorio circostante), e rivedere al ribasso i contributi alle associazioni (ad esempio i 19.000€ che ogni anno vengono dati al calcio) per mantenere in equilibrio e in funzione l’Ente, cercando di migliorare i servizi, perché le necessità e le aspettative dei cittadini aumentano di anno in anno, e in mancanza di risorse bisogna fare maggior selezione. E dovrà inoltre spiegare ai cittadini perché sempre più funzioni saranno spostate a Cervignano, nell’ottica di una gestione associata dei servizi (come ad esempio i vigili, e i tributi, da parecchi anni).

Ma questa è la seconda parte di gara, quella che non giochiamo oggi.

In definitiva,

Sono stati mesi lunghi e difficili, ci siamo impegnati molto e siamo, tutti, parecchio stanchi. Mesi in cui abbiamo provato a spiegare un’idea di territorio diversa e a raccontare la necessità di una maggiore efficienza amministrativa. Abbiamo avuto il coraggio di farlo, in un periodo in cui sembra davvero impossibile riuscire a cambiare veramente le cose.

Ora sta a voi decidere. Fatelo bene, prendendovi le vostre responsabilità.

 

 

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Un’opportunità, un investimento civico, un esercizio di democrazia

Questa sera il Consiglio comunale di Terzo di Aquileia ha approvato a maggioranza la delibera per dare il via libera al progetto di fusione. Non abbiamo detto sì a priori alla fusione, abbiamo permesso l’approfondimento del tema che verrà poi valutato dai cittadini. Qui trovate le dichiarazioni di voto depositate, di seguito invece pubblico la mia, se vi va di leggerla. 

Si tratta di un’opportunità di crescita, se sapremo coglierla.

Gentile Sindaco, colleghi Assessori, componenti del Consiglio comunale

Quella che ci apprestiamo ad approvare questa sera è, senza troppi giri di parole, una grande opportunità per la nostra comunità. Non mi riferisco solamente alla fusione di per sé, sulla quale tornerò, ma su cui avremo modo di confrontarci nei mesi a venire, approfondendone rischi e benefici.

La grande opportunità che ci apprestiamo ad affrontare, invece, sta nell’occasione di confronto che stiamo costruendo. I prossimi dodici mesi ci daranno la possibilità di riflettere sulla nostra identità, su cosa significhi, sulle nostre aspettative e le nostre ambizioni, su quali sono gli insegnamenti che i nostri anziani sapranno darci, o che ci hanno dato, e quali invece le visioni e le necessità delle nuove generazioni.
Quello di questa sera è solamente il primo passo, quello che darà il via al processo partecipativo, al coinvolgimento della popolazione, agli approfondimenti sulle strutture amministrative e dei bilanci comunali, necessari per poter decidere con consapevolezza e in autonomia al momento del voto referendario. Il tema, lo sappiamo, è assolutamente delicato e va affrontato con la massima cura e serietà, in maniera laica e soprattutto non ideologica. Ed è ciò che ci promettiamo di fare.

La crescita di una comunità passa anche attraverso questi momenti di riflessione, e sarebbe folle non approfittarne, o voltarsi a priori dall’altra parte, indipendentemente da quello che sarà il risultato finale del referendum. Le risorse che verranno stanziate non saranno “gli ennesimi soldi pubblici buttati al vento che potevano essere usati in altro modo” come già si comincia a sentire. Vanno visti invece come un investimento civico, verso i cittadini e la comunità intera, e investire sulle intelligenze e sul senso civico delle persone è ciò di cui, ora come ora, abbiamo maggiormente bisogno. Dobbiamo tornare a parlarci, ad occupare le piazze e le sedi di partito, a discutere, ad arrabbiarci, ad occuparci della cosa pubblica, come la nostra comunità, le nostre comunità, e il nostro territorio erano abituati a fare, qualche decennio fa. 

Marianella Sclavi, una delle maggiori teoriche della democrazia deliberativa in Italia, parla di quattro livelli di inclusività della democrazia. Il primo, quello che stiamo svolgendo noi in questo momento è il livello zero: ossia basato sui principi del diritto di parola, di contraddittorio e del voto a maggioranza. Questo livello, ovviamente, non può bastare per affrontare temi così delicati e complessi. A questo vanno ad aggiungersi i livelli successivi: il primo comprende l’ascolto e la consultazione, il secondo crea le condizioni per un apprendimento reciproco e collettivo; il terzo riguarda la stabilizzazione e diffusione di questi nuovi approcci, il loro entrare a far parte della “quotidiana amministrazione” della vita pubblica e della convivenza. Permette una crescita non solo per i cittadini ma anche per gli amministratori, i futuri tali, e per la struttura amministrativa.

E’ sbagliato dire che i gruppi di maggioranza dei due comuni hanno deciso di fondersi e stanno andando avanti per la propria strada. Non è solamente questo, e soprattutto non può bastare. Quello che i due Sindaci, supportati dalle rispettive maggioranze stanno proponendo, è un progetto per la crescita delle comunità, e spero che questo possa avere il sostegno di tutti i rappresentanti seduti in questo Consiglio comunale.

Se saremo in grado di cogliere questa sfida potremmo vivere i prossimi mesi come una grande festa di democrazia. Se dobbiamo utilizzare slogan banali o fomentare le paure dei cittadini allora sarà l’ennesima occasione persa. 

Sul motivo del perché è giusto fondere le strutture amministrative di due enti che arrivano chi di poco sopra, chi di poco sotto ai 3.000 abitanti, sulle maggiori capacità di spesa e di investimento (cosa di cui abbiamo assoluta necessità), sulla riduzione dei costi e su una migliore gestione dei servizi, senza per questo rinunciare alla propria identità, non voglio soffermarmi. E’ un tema che affronteranno sicuramente altri, e su cui avremo modo di discutere.

Posso però dire con certezza che chi ha governato negli ultimi anni si è reso conto delle difficoltà che ci sono oggi ad amministrare un piccolo comune. Mi rendo conto anche che è una cosa difficile da capire per chi era abituato ad altre epoche politiche. Governare è difficile. Lo è sempre stato. Ma governare in tempi di crisi lo è ancora di più. E solo chi ha a cuore la propria comunità pensa a riformare le cose, a dargli una nuova forma, è in grado di immaginare il territorio da qui ai prossimi trent’anni, di pianificare seriamente il futuro. Chi si oppone a priori pensa solamente a se stesso. Chi pensa solo all’oggi, o alla prossima scadenza elettorale, non fa nemmeno quello.

Al corso di psicologia all’università mi hanno insegnato che c’è un unico modo per coprire 9 punti su un foglio bianco con solamente quattro linee a disposizione. E a pensarci bene è anche un’ottima metafora sui tanti problemi che ci sono ogni giorno sul banco e le risorse limitate che si ha per affrontarli. Se non avete mai provato, fatelo. Bisogna uscire dagli schemi mentali che ognuno di noi si è creato per interpretare la realtà, è necessario cambiare paradigma, punti di vista se vogliamo risolvere i nuovi problemi. Non è difficile, basta abituarsi a farlo. Ripensare a se stessi e alla propria identità, ripensare alla struttura amministrativa a cui si è abituati, ripensare al territorio in cui si vive e al proprio posto nel mondo è una sfida per il futuro, una sfida che dobbiamo essere in grado di cogliere. E sarà soprattutto una battaglia contro i pregiudizi.

Ai nostri cittadini vorrei personalmente poter dare questa opportunità. 

Buon lavoro a tutti.