Di Grillo, dei sorteggi e dei nostri rappresentanti

ImageIn attesa di raccontarvi cos’è successo ad #Udinesmart, scusandomi con voi per il ritardo, o la lentezza (che mi contraddistingue), guardando con molta curiosità a Grillo, ed a quello che gli gira attorno, e ragionandoci un po’ sopra, ho deciso di condividere con voi queste poche righe.

Di Grillo, e della democrazia diretta, ne avevo già parlato tempo fa. Di come non fosse vera democrazia, ma solamente propaganda. Di come la democrazia fosse ben altro, di molto più complesso ed impegnativo. Bene, fin qui tutti d’accordo. Ma mentre ora ci infervoriamo e ci sprechiamo ad insultare e maltrattare l’insultatore e maltrattatore più famoso d’Italia, mi viene in mente questo. Un po’ contro tendenza, spero che me lo permettiate.

Avevo scritto che Grillo con la democrazia deliberativa non centrava nulla, che stava all’opposto. Lo penso ancora, non spaventatevi. Ma una cosa mi ha sorpreso. E m’ha divertito, contemporaneamente. Soprattutto mi ha fatto tornare in mente un articolo che ho letto ad inizio anno, sul Corriere. L’articolo ve lo linko più sotto, per non svelarvi la sorpresa.

In poche parole, Grillo ha fatto una cosa che sta alla base della democrazia partecipativa. A sua insaputa, oltretutto. Con quell’esilarante strumento che poi si sono dimostrate essere le Parlamentarie, abbiamo assistito ad uno dei princìpi cardine dell’inclusione democratica. Ovvero la selezione casuale dei partecipanti.

Infatti ci sono diverse teorie, tutte valide (con ognuna i propri pro e contro), su quale sia il metodo migliore per selezionare i partecipanti ad una consultazione democratica. Si può tenere “la porta aperta” e far in modo che chiunque voglia possano partecipare. Si può creare un “microcosmo” e dunque selezionare i partecipanti in base agli interessi personale e collettivi che portano con sé (tipo stakeholters). Infine c’è la possibilità di creare una campionatura casuale, in modo da avere ampie probabilità di veder rappresentate anche le classe più svantaggiate e soprattutto far sì che vi sia parità numerica tra donne e uomini. Di tutto ciò ne parlo in maniera un po’ più approfondita in tesi (pagg. 21-23), se volete approfondire.

Non prendetemi per scemo. Lo so che questi metodi riguardano la selezionare dei membri di un’assemblea locale e non, come nelle Parlamentarie, di scegliere i rappresentanti nazionali di un partito. Ma la cosa si avvicina molto, in maniera anche divertente.

Grillo fa una cosa bellissima. Nel senso di affascinante, non bella in maniera classica.  Dice in poche parole, che tutti, ogni comune cittadino, può finire in Parlamento, per controllare cosa cavolo combinano quei porci di rappresentanti che ci ritroviamo. Non importa chi tu sia, nemmeno cosa tu sappia fare. La tua forza è data dal fatto che sei un normalissimo cittadino, incensurato (ancora, per il momento). Perché non vedo, personalmente, altro che la casualità come criterio di scelta di due o più candidati che si fanno un video di 4 minuti e lo mettono su youtube. Che sia Mario o Antonio, una segretaria o una casalinga, c’è poca differenza. Le capacità difficilmente emergono in 20 MB di video. Soprattutto poi se sei il più votato d’Italia ed hai al massimo 300 preferenze.

Ora, a parte gli scherzi, non sta qui il punto. Sui metodi di selezione dei candidati del partito di un comico, pure permaloso, non voglio perdermici troppo. L’articolo che m’è venuto in mente è questo. Scritto il 2 gennaio 2012. E’ di Michele Ainis e parla di una Camera dei Cittadini da affiancare ad un Parlamento di Eletti. Con quale scopo? Con quello semplicissimo di fungere da stimolo e controllo su chi ha il dovere di scrivere leggi eque e dirette ai cittadini. Non sarà una cosa fattibile, ed è quasi una provocazione. Ma pensiamoci, comunque. E non lasciamo ai comici i favori della sorte, né tantomeno i ruoli di controllo della Democrazia.

Quanto a noi, se firmate qui, in maniera democratica, trasparente e aperta a tutti (questa volta si!), possiamo permetterci di scegliere, fisicamente, i nostri rappresentanti. Nostri del Partito Democratico. Quando?  Il 13 gennaio 2013, Maya e Berlusconi permettendo.

A presto!

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Grillo e la democrazia diretta

Non so se avete avuto tempo e modo di leggere la lettera aperta di Grillo al Presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz.

Non voglio annoiarvi troppo, mi siete abbastanza cari, ed ho un briciolo di autostima. Solamente alcune cose mi stanno un po’ strette, e volevo condividerle con voi. E vorrei appunto parlarvi di Grillo, senza però usare il termine populismo. Che un po’, a dire il vero, ha stufato. E’ un po’ come quei vescovi inquisitori, che parlavano di eretici e streghe. Ne hanno bruciati parecchi prima di rendersi conto che forse sarebbe stata opportuna un’analisi un po’ più approfondita. E quando qualcuno non era particolarmente favorevole o simpatico, beh: eretico! Siccome non sono un inquisitore, né tantomeno un vescovo, vi propongo quanto segue. Parlerò di Grillo, sì. Di democrazia, sì, diretta, ma anche delle sue forme partecipative, che sono altro. Molto altro.

Mi fa piacere che si parli in maniera così robusta e vigorosa di democrazia diretta. Se ne sentiva un po’ il bisogno. Di come le nuove tecnologie possono facilitarla, renderla possibile. Facendoci magari tornare a quella mitica esperienza di Pericle e della sua Atene, che però in quanto mitica è anch’essa, ahimè, mitizzata. E’ sintomo di quanto ci sia bisogno e necessità di partecipazione, di collaborazione, nella civiltà odierna. Di un attivismo civico che ci schiodi dai divani e che ci faccia uscir di casa. A partecipare, appunto.

Democrazia diretta, dunque. Ma che significa? Creiamo un parlamento con sessanta milioni di seggiole e pulsanti? Facciamo in modo che ad ogni virgola, leggina, documento, interrogazione, si chieda il parere e il voto dell’aula, cioè dell’Italia intera? Con quali competenze? E’ come se chiedessero a me (e a voi, contemporaneamente) la perizia statica di un edificio, o il parere per un intervento chirurgico. Pensate che ne sappia qualcosa? Voi lo sapete? Perché la famosa democrazia diretta altro non è che questa: far in modo, e dar la possibilità a tutti, di decidere del proprio futuro e di quello degli altri, in maniera diretta, cioè su tutto. Poco importa se ne sappiamo qualcosa. Intanto premiamo il bottone. Poi si vedrà.

Il problema è un altro. Grillo confonde la democrazia diretta con la propaganda diretta. Cioè non filtrata. O meglio, filtrata da lui stesso.

Non è democrazia quella che ci viene proposta. La democrazia è discussione argomentata, valutazione razionale, competenza su argomenti specifici, è esporsi in maniera saggia per favorire l’interesse di tutti. Solo alla fine è conteggio di voti. Perché la mera sommatoria degli stessi non è altro che dittatura. Tirannia di una maggioranza, diceva Tocqueville, agitata e nervosa, aggiungo io. Rumore assordante, prepotenza. E tutto ciò si manifesta splendidamente nei commenti su Facebook a determinate foto o dichiarazioni di qualsivoglia personaggio pubblico o partito politico.

Perché si, in fondo, quando Grillo parla di democrazia diretta, resa possibile dai nuovi strumenti tecnologici, ci balza subito in mente Facebook. Pensiamo che ne sia il sinonimo, o almeno che funzioni “circa” allo stesso modo.

La democrazia partecipativa invece, a differenza di quella diretta, è presa coscienza di argomenti specifici, informazione ragionata su determinate tematiche, da parte di un numero più o meno ampio di cittadini, “semplici” cittadini (non professionisti della politica, affamatori dello stato, sciacalli, corrotti, zombie ecc. ecc. …), i quali vengono poi chiamati a decidere, magari all’unanimità, oppure a dare un parere vincolante. All’unanimità, perché la vera decisione democratica è quella che mette d’accordo tutti, se partiamo dal presupposto che ognuno abbia il diritto e la dignità di poter partecipare e decidere. (Se volete posso parlarvi in maniera più approfondita delle forme partecipate di democrazia, ma non è forse questo il momento più adatto. Nel frattempo vi lascio alcuni link 1 2 3)

Continuare a parlare di democrazia diretta, in maniera così leggera e spensierata, non è altro che una mistificazione.

E’ fuorviante cercare di arrivare a forme decisionali che coinvolgano 60 milioni di persone. Sarebbero decisioni dettate dalla “pancia” e non dalla ragione. Scelte di moda, a colpi di maggioranze variabili. Come si potrebbe sviluppare un piano di investimenti? E le infrastrutture? Sarebbe un dilagare di fenomeni NIMBY, dove tutti vorremmo determinate strutture, ma non nel nostro cortile. E chi è in minoranza subisce. Come pensiamo di continuare a produrre quintali di immondizie, senza sapere dove smaltirle? Come migliorare la viabilità e alleggerire il traffico senza linee ferroviarie nuove e più veloci? Stando fermi?

La politica è modificazione del territorio ed essa, la modificazione, avviene solamente attraverso la presa di decisioni. Decisioni che devono essere ampie, partecipate e razionali.

La rappresentanza, in questo senso, va salvaguardata. Va, però, modificata. Deve essere più trasparente e più condivisa. Deve lasciar spazio all’ascolto e alla partecipazione. E’ necessario il ricambio della classe dirigente, ma in maniera democratica, con il contributo e le idee di tutti. Questo sì che richiede partecipazione, e non solamente un click del mouse.

Stiamo attenti, piuttosto, all’essere diretti. A quello che vogliono farci credere. A pensare di essere democratici e lasciar invece spazio alla propaganda, quella sì diretta, che non è democrazia, ma assenza di essa.

La democrazia è una questione di ragionamento, di razionalità, e le decisioni devono essere prese in maniera pacata e serena.

Ragionare condizionati dall’odio è una contraddizione, oltre che un ossimoro.

«Se in luogo di tutte le varie potenze che impedirono o ritardarono lo slancio della ragione umana, i popoli democratici sostituissero il potere assoluto della maggioranza, il male non avrebbe fatto che cambiare carattere».
(Alexis de Tocqueville, 1840)