Una lotta impari

Mi è stato chiesto di moderare un dibattito sulla Costituzione, ieri, e devo dire che l’ho fatto molto volentieri, cercando il maggior equilibrio possibile, anche se per forza di cose complicato.
Ho notato una disparità, implicita, di fondo, tra i due relatori nel difendere le proprie posizioni. Da un lato vi era la spiegazione e la difesa di un testo – necessariamente non perfetto, frutto di compromessi e mediazioni, com’è la politica – messo nero su bianco. Dall’altro non una difesa dell’attuale ma un rimando ad altri mondi possibili e a soluzioni certamente migliori, ma non reali, che creano aspettative ancora maggiori nella testa di chi ascolta.

Come si può dialogare sullo stesso piano, come può esserci un confronto equo, tra il reale e il perfetto?

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Oligarchie e Costituzione

Dice giusto Zagrebelsky, e il ragionamento è fine e non fa una piega. Oligarchia non è solo il governo di pochi, me è essenzialmente il governo dei ricchi contro il governo dei poveri (democrazia).

Due cose non mi tornano.

La prima è che cosa c’entri questo con il referendum di dicembre – ahimè non lo spiega – e se questo non è affare che riguardi più la sfera politica (di rappresentanza e funzionamento dei partiti) che non quella istituzionale; e se la critica è rivolta all‘oligarchia attuale e a quelle passate (a Costituzione vigente) non si capisce come si possa risolvere il problema mantenendo la stessa Costituzione. Come può proteggerci dalle oligarchie la Costituzione attuale se non l’ha fatto per 70 anni?

L’altra cosa che non capisco è perché ci parli come se fosse rappresentante dei poveri e dei deboli, lui, professore ordinario a Torino e a Sassari e giudice costituzionale dal 1995 al 2004, e già Presidente della Corte. Non fa parte della «cerchia dei privilegiati»?


We go high

«How we insist that the hateful language they hear from public figures on TV does not represent the true spirit of this country.
How we explain that when someone is cruel or acts like a bully, you don’t stoop to their level. No, our motto is, when they go low, we go high».

When they go low, we go high.

@FLOTUS

The 2016 Democratic National Convention

U.S. First Lady Michelle Obama waves while arriving on stage during the Democratic National Convention (DNC) in Philadelphia, Pennsylvania, U.S., on Monday, July 25, 2016. The Democratic National Committee gloated as Republicans struggled to project unity during the party’s national convention, but they are now facing a similar problem after their leader resigned on the eve of their own gathering. Photographer: Daniel Acker/Bloomberg via Getty Images

Il discorso integrale
Read Michelle Obama’s Emotional Speech at the Democratic Convention


E se costruissimo una città?

nycaerialpano

E’ da un po’ di tempo che ci penso, se sia il caso o meno di scrivere questo pezzo. Ma credo sia giunto il momento, perché a pensare troppo si rischia di dimenticarsi del motivo per cui si è cominciato a farlo. E quel motivo, e quel tempo, non possiamo più permetterci di perderlo. E poi, a dirla tutta, per fare un po’ di politica, perché è quello che stiamo cercando di fare, in fin dei conti.

Una città, dicevo. Si, una di quelle di piccole dimensioni, da 25/30 mila abitanti, che è ciò che poi già siamo, senza esagerare. Chi sa da dove vengo probabilmente ha già capito di cosa stia parlando, probabilmente se l’è già immaginata, o forse no. Ma il concetto è semplice. Viviamo in un territorio – quello che ruota attorno a Cervignano – omogeneo e compatto, geograficamente e culturalmente, composto da paesi di dimensioni più o meno simile, e tutti chiaramente piccoli, troppo piccoli.

Si fa un gran discutere delle dimensioni ideali per gestire un territorio, per garantire servizi adeguati, per poter sviluppare politiche e progetti, per poter vivere, sostanzialmente. E i Comuni attuali, per come sono pensati, ovvero per come sono stati pensati mezzo secolo fa, non sono più adeguati a rispondere alle richieste e alle aspettative del tempo in cui stiamo vivendo. Del resto chiunque abiti in uno dei piccoli comuni disposti attorno a Cervignano, nella cosiddetta Bassa friulana orientale, vive già, e già da anni, in maniera sovra-comunale: i figli vanno a scuola in un Comune, la palestra o l’attività sportiva si fa in un altro, il dottore è nell’altro ancora, e la propria abitazione è in uno ancora diverso, e così via. Siamo abituati a ragionare al di sopra dei singoli confini amministrativi dei Comuni per ogni nostra attività quotidiana, ma non ci siamo mai posti il problema di una gestione coerente e comune del territorio che calpestiamo ogni giorno. Davvero è così difficile? E’ impensabile?

E’ una proposta che qualcuno ha già avuto modo di ascoltare, ormai più di un anno fa, e che mi piacerebbe arrivasse a più persone. Per discuterne, per criticarla, per farne emergere i lati deboli. Per creare un po’ di entusiasmo.

Certo, è una cosa complicata, si vanno a toccare interessi particolari, a modificare troppe abitudini. Perché creare un comune unico che comprenda i sette comuni che da oltre dieci anni, ormai, fanno parte della Associazione Intercomunale del Cervignanese, nello specifico Cervignano, Aquileia, Terzo di Aquileia, Fiumicello, Ruda, Campolongo-Tapogliano e Villa Vicentina, è un cambio totale di paradigma, un cambio nel modo in cui intendiamo lo spazio dove si svolgono le nostre vite. In cui lo percepiamo, non come lo viviamo.

In totale si raggiungerebbero i 30 mila abitanti, più o meno; come una piccola cittadina, diffusa, rurale, e sarebbe una dimensione adeguata per poter gestire in maniera coerente lo sviluppo economico e sociale, per proporre progetti ambiziosi, per fornire servizi adeguati. Qual è, in fin dei conti, il compito della politica se non quello di cambiare, ridisegnare, costruire un territorio, fornire proposte, nuove soluzioni a problemi vecchi, proporre idee innovative (?) e tracciare la strada da seguire? Offrire una visione, uno scenario da costruire assieme.

Da due anni, ormai, ho l’opportunità di servire la mia comunità, e vedo, in maniera sempre più palese, che le cose così come stanno non possono funzionare. Sarà sicuramente anche incapacità mia, e di altri, ma un Comune funziona, e da’ risposte, e da’ servizi, se la parte amministrativa funziona bene, non solamente quella politica. E un ente con meno di tremila abitanti, con risorse e personale limitato, non è in grado di assolvere a quel compito, e a tutti quei compiti a cui deve dar conto, ora. Forse era in grado di farlo vent’anni fa (ma ho i miei dubbi), forse lo potrà fare in futuro, se ci riempiranno di soldi e personale (e ho nuovamente alcuni dubbi), di certo non ora, nella situazione in cui ci troviamo.

Nello specifico, pensare ad un trasporto pubblico efficiente, metter mano alle scuole, sistemare gli impianti sportivi (che sono alcune delle cose di cui dovrei, e mi piacerebbe, potermi occupare) sono tutte cose che un comune come il mio, per quanto i conti siano in ordine e il bilancio sano (fin troppo!) oggi come oggi non è più in grado di fare. E lo dico in maniera lucida, non rassegnata.

Compito nostro allora è ripensare alla struttura, riformare ciò che non va. E i comuni, così come stanno ora non funzionano più. C’è bisogno di coraggio, ma è questione anche di fiducia, di condivisione, di partecipazione.

Una città da 30 mila abitanti è una cosa che non può nascere in vitro, nel “segreto” dei Consigli comunali. Deve essere volontà e convinzione da parte di tutti, o almeno della maggioranza di quei tutti.

La riforma degli Enti Locali, che con mille difficoltà sta andando avanti, da’ una serie di risposte a tutto questo. Bene le UTI, a livello di servizi e pianificazione territoriale, ma andiamo avanti anche sulle fusioni. Lo stanno facendo altrove, noi guardiamo ancora alle punte dei campanili.

E’ chiaro che una cosa così non la si farà domani, e spero di non aver spaventato nessuno.

Però mi piacerebbe poter cominciare a tracciare una strada che vada in quella direzione. E ad esempio proporre una fusione tra i comuni di Terzo e di Aquileia non mi pare una cosa irraggiungibile. Si potrebbe fare entro la conclusione di questo mandato elettorale (2019). Che facciamo, ne parliamo? Io sono qui, scrivetemi pure (continfrancesco@gmail.com).

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La democrazia, in sintesi

Il nuovo testo del ddl Cirinnà farà pure cagare ma il discorso è sempre lo stesso. 

Viviamo in un Paese in cui Alfano da solo prende più voti di Sel (o quanto meno c’ha più senatori che gli vanno dietro), e un terzo dell’elettorato ha delegato in sua rappresentanza una forza antisistema e antidemocratica che fa le battaglie sulle forme (a loro dire antisistemiche e antidemocratiche) che la maggioranza usa per evitare l’ostruzionismo parlamentare – e non sulla sostanza. Il restante terzo lasciamolo stare, và. 

Davvero, cosa possiamo pretendere?

[Perdonate l’immagine. E’ un po’ forte, ma rende l’idea]  


E che moda

Il padrone del secondo partito d’Italia l’altro ieri ha detto più o meno così: «Elimineremo la corruzione con l’onestà».

E poi ci lamentiamo per le dichiarazioni di Miss Italia, che almeno era lì per altro.

La banalità andrà di moda, o forse non è mai passata.


Che peccato, Fassina.

Spiace per Fassina, com’è dispiaciuto per Civati. Però sono uscite (soprattutto questa) ascrivibili alla sfera della sopravvivenza politica. Ovvero, è più facile aver ragione, e dimostrarlo, quando si è in pochi piuttosto che convincere i molti della bontà delle proprie idee.

Ps. Abbiamo perso molti elettori e – purtroppo – pochi dirigenti quando il responsabile economico del partito era il sopracitato. Ahimè.