Breve riassunto banale

Alcuni pensieri sparsi, all’alba di questo sabato, tanto sono in treno e non so che fare:

Le riforme sono necessarie, tutti vogliono le riforme. Poi qualcuno si alza e dice: “Facciamole!”, e almeno un terzo di quelli seduti lì accanto dicono “No, con te non mi va”. 
Allora trovi un B. di turno, che per vent’anni s’è fatto i cazzi propri, ma è furbo e ha naso, che dice di essere disponibile, perché sa di potersi ancora giocare qualcosa, un ultimo asso. “Scandaloso!” gridano gli altri. “Con lui le riforme le fai, e con noi rappresentanti del nord, noi degli onesti, noi dei nostalgici, noi risicati rappresentanti di risicate minoranze ideologiche, con noi niente? E allora guerra! Opposizione dura e pura, la Costituzione è sacra, la Carta non si tocca, le regole si scrivono insieme”. Ma ve l’avevano chiesto prima, poco fa, di mettervi a disposizione per riscrivere le regole, perché non avete accettato? Ora i numeri già ci sono. Con B. e i suoi si raggiungono più o meno due/terzi del parlamento, è un numero accettabilmente rappresentativo. Ma anche alcuni pezzi dei tuoi non sono molto d’accordo. Non accettano di collaborare con B., ragionevolmente, preferiscono gli altri, quelli intransigenti, quelli che non hanno accettato di stare al gioco. E si comincia a mistificare l’accordo stretto, il patto segreto, quello col nome messianico. Punti di vista.
Poi arriva l’elezione del PdR, e via col metodo condiviso. “Accettiamo consigli, non accettiamo veti” dice il Premier, “il metodo va condiviso con tutti, poi il nome lo proponiamo noi, che abbiamo responsabilità di guida e di governo”. Giusto, giustissimo. Tutti d’accordo, e ad applaudire, tutti tranne quelli che vedono complotti anche dietro l’angolo di casa. Quelli integerrimi, quelli che non si fanno ‘corrompere’, dal tempo, dal dialogo, dalle mode, mica denaro. 
Il nome è Sergio Mattarella, e chi prima era contro ora applaude alla scelta, “bel colpo, boss!”, quelli che erano d’accordo sul metodo non condividono il nome, “che bluff!”. Allora la maggioranza cambia, si vota compatti, ma compattezze diverse. Pacche sulle spalle e grandi sorrisi, da veri compagni. 
Da qui in poi è un’altra storia, non troppo diversa. Chi era d’accordo con le riforme ora dice che quelle riforme sono una merda, chi non voleva il Nazareno ora dice che le riforme vanno condivise con qualcuno, chi è sempre rimasto fuori vuole continuare a farlo. Le riforme non sono poi così necessarie, meglio sopravvivere, galleggiare. Ci si dà dei fascisti a vanvera, si evoca l’Aventino (che è stata la peggior mossa dell’antifascismo italiano, ma si sa, quelli che lo fanno ora non sono mai stati antifascisti in vita loro, forse qualcuno), si fa opposizione senza sconti, perché tutto sommato sì, l’Italia sta bene così com’è e si merita quello che ha. 
E in tutto ciò c’è la minoranza interna, che l’unica coerenza che ha avuto in tutta questa storia è stata quella di distinguersi da ciò che ha detto la maggioranza, un po’ così, per esistere. 
Le riforme non sono perfette, si sa. Le cose condivise non possono esserlo, ontologicamente. Le cose proposte da una persona sola nemmeno, per forza di cose, di punti di vista di chi è d’accordo e chi no. E allora qual è la soluzione? Forse Civati me la sa indicare. O forse Fassina, che sa tante cose. 

My two cents.

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