C’è la crisi.

Punto numero 1.
Se Pina Picierno evitasse di andare in tivvù almeno per le prossime settimane farebbe un grande servizio alla nazione, oltre che a se stessa.

Punto numero 2.
In Italia c’è la crisi. C’è da un po’ di tempo e ci sarà ancora per il prossimo paio d’anni, almeno. Le fabbriche chiudono, delocalizzano (come negli anni ’90). Lasciando i lavoratori a casa, alla faccia dell’art. 18. E continueranno a farlo finché nessuno abbasserà la pressione fiscale e semplificherà le regole per fare impresa. Oppure basterebbe fornire manodopera sottopagata, ma non credo sia la soluzione.

Punto numero 3.
Sono figlio di operaio, e fiero di esserlo. E sono convinto che il sindacato è giusto che faccia il suo mestiere. Difendere i diritti e la dignità dei lavoratori. Ma venirci a raccontare oggi, che una persona che entra in fabbrica abbia il diritto (o la possibilità) di fare la stessa mansione per i 40 anni successivi è una mancanza di rispetto, oltre che una balla, per il lavoratore stesso e per tutti gli altri. Allora garanzie e tutele vanno cercate altrove, con altri sistemi. E l’unico modo per garantire un welfare di stato è far venire altre e nuove imprese a lavorare e investire in Italia.

Punto numero 4.
Le ricette economiche di Fassina (se mai ne avesse avuta qualcuna) sono state miseramente bocciate il 25 febbraio 2013. Quindi basta pontificare. Ne facciamo volentieri a meno.

Punto numero 5.
Della Picierno ho già detto, vero? Allora basta così.

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