Un Partito modello Blockbuster

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Possiamo ragionare quanto volgiamo, sulla forma di partito, sui metodi di inclusione, sui modelli di crescita e sviluppo, sul futuro e sull’economia. Anzi, dobbiamo farlo. Perché è compito nostro interrogarci su come vogliamo andare avanti, su quali visioni abbiamo del Mondo, su quali utopie rincorrere. Non possiamo prescindere da questi passaggi. Non possiamo far finta che vada tutto bene. Non possiamo rimandare.

Vi rubo solamente qualche minuto, una piccola riflessione, se vorrete concedermela. Nessuna regola, nessuno statuto. Nemmeno nomi, visto che a questi molti sono allergici. Vi porto semplicemente il punto di vista di un segretario di circolo, un circolo che conta più di 80 iscritti. Sono tanti, eh… credetemi. Sono tanti, ma soprattutto sono anziani. Nulla di male, anzi. Sono una risorsa. Sapete quante storie, quanti racconti, quanta passione. Quante ore passate ad ascoltare le loro memorie quando passo a trovarli per fargli sottoscrivere la tessera. Certo, ci vuole un sacco di tempo libero. Ma è un piacere, e non sono “il male” del partito. Non sono “zavorre”, come sento dire da qualcuno. (Le zavorre sono altre, semmai. Quelli che si nascondo dietro a loro. Quelli che si prendono gioco di loro. Ma è un altro discorso, che non mi va di affrontare.)

Ma di tante storie e opinioni che mi è capitato di sentire, mai una volta mi è stato detto da un ex-Pci, o partigiano, o staffetta, o da quelli che da giovani consegnavano l’Unità casa per casa: “A cosa serve che faccia la tessera?”. Perché vedete, è una forma di religione. Se qualcuno crede per davvero in qualche cosa non si chiederà mai l’utilità di quel gesto, di quel simbolo. Perché è una cosa che vale a prescindere dall’atto materiale. Non si fa la tessera perché si ha qualcosa da guadagnarsi. E’ una mentalità consumista, questa sì figlia di quello che in Italia definiamo berlusconismo. Ai miei iscritti non importa l’utilità della tessera. La fanno per senso di appartenenza, e perché nel momento in cui decidessero di non farla allora sancirebbero il loro distacco dal Partito. Ma è comunque una cosa “intima”, una protesta civile, silenziosa, quasi religiosa, appunto.

Fare la tessera oggi con spirito utilitaristico, e dare un significato materiale ad un artificio simbolico, denota invece una forma di esclusività. Ma in un Partito che si definisce Democratico io non cerco esclusività. Per quella ci sono i Resort, i Golf club (quelli sì popolati da fighetti! ndr.). Se volete una tessera che abbia un’utilità materiale, tangibile, vi consiglio quella della pizza al taglio (dopo dieci, una in omaggio!), quella del cinema o, perché no, quella del Blockbuster. Peccato non ci sia più, il Blockbuster. Quello sì che era conveniente. Facevi la tessera per noleggiare film e videogiochi. E se eri un cliente affezionato c’avevi pure gli sconti.

Peccato che il modello Blockbuster sia fallito, non perché non facessero un servizio nobile e democratico. Del resto offrivano prodotti a prezzi accessibili, popular, per tutti, senza discriminazioni. E facevano lavorare un sacco di gente.

Blockbuster oggi invece è materia di studio, e tra poco finirà nei libri di storia. Uno dei più grandi colossi commerciali mondiali, nato cresciuto e fallito nell’arco di una generazione. Fallito perché non ha saputo reinventarsi con il cambio delle abitudini, perché non offriva più quello di cui i clienti avevano bisogno, perché cambiò il modello produttivo e di fornitura di servizi sotto ai loro piedi e non se ne resero conto. Cambiò il paradigma economico, cambiò il mondo. E loro rimasero lì, immobili. Convinti ancora che i clienti di tutto il Mondo avrebbero continuato a noleggiare videocassette.

Ecco, non vorrei avere un PD modello Blockbuster. Non vorrei un Partito immobile. Non vorrei continuare ad “offrire” alla gente cose che la gente non ha alcuna intenzione di “avere” (potete anche cambiare i verbi con dire – sentire, dal commerciale si passa al politico).

Ma soprattutto non vorrei dover fare la tessera solo perché ci vedo una convenienza nel farlo.

La tessera dovrebbe avere un valore simbolico, di appartenenza. Invece mi sento continuamente dire “cosa me ne faccio?”, “A cosa serve?”. Convinti ancora che la tessera di per sé dovrebbe fornire un “servizio” che non c’è più.

Una volta si faceva la tessera perché il Partito offriva un welfare che lo Stato non poteva garantire, offriva sostegno, solidarietà, senso comunità. Ora c’è dell’altro. I tempi sono cambiati. I gruppi primari sono saltati. (E’ un bene? Un male? Non sta a noi stabilirlo, e soprattutto non ha senso averne nostalgia). E anche chi negli anni ’40 faceva la tessera di Partito perché altrimenti era escluso dalla vita civile del proprio Comune, o borgo, o Paese, ora dà a quella tessera un senso di appartenenza simbolica, senza chiedere nulla in cambio. E chi invece quarant’anni fa cercava l’utilità in quella tessera, ci scommetto, alla prima occasione buona non l’ha più rinnovata. Cercando dell’altro. Ma non abbiamo bisogno di quelli, a noi servono i primi.

Dunque, non prendiamo a modello Blockbuster per portare avanti il PD. Non escludiamoci. Non chiudiamo gli occhi per non guardare dove stiamo sbagliando. Non diamo la colpa al Mondo, o ai cittadini perché cambiano e non la pensano come noi. Non abbiamo paura delle contaminazioni.

E soprattutto, non facciamo scegliere il “capo” ad un numero ristretto di individui. Sarebbe una debolezza. Un sintomo di insicurezza. Meno siamo a sceglierlo e meno questo sarà legittimato. Restiamo aperti, guardiamo avanti. Non facciamo i conservatori, convinti che sia il Mondo ad essere sbagliato mentre noi predichiamo a vuoto sentenze giuste.

Magari si perderà comunque, magari faremo altri errori, ma almeno possiamo dire di averci provato. Almeno possiamo dire di non aver compromesso il nostro spirito progressista, di non aver avuto paura di cambiare.

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