Scatole di metallo

Tra cento anni qualcuno si guarderà in dietro e chiederà: ma come avete fatto a riempire le vostre città con tutte quelle auto e come avete fatto a sopravvivere?

E’ davvero impensabile liberare i nostri centri storici da file chilometriche di macchine incolonnate?

«Le persone che dicono ‘non è possibile’ sono parte del problema, anzi sono il problema»
Mikael Colville-Andersen, CEO di Copenhagenize Design Company.

Se avete un po’ di tempo guardatevi questa puntata di PresaDiretta:

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In Italia non c’è solo chi urla

«Ma in Italia non c’è solo chi urla»

Ribadisco con orgoglio che sto, per quanto possibile e nel mio piccolo, contribuendo attivamente alla raccolta di firme per la legge di iniziativa popolare promossa dai Radicali Italiani con la campagna “Ero straniero – l’umanità che fa bene“, e credo convintamente nella bontà dei programmi di accoglienza diffusa (SPRAR) come unica via per l’integrazione e per un Paese più civile.

 

Secondo la teoria della spirale del silenzio, elaborata della sociologa tedesca Elisabeth Noelle-Neumann nel 1973, coloro che sanno di avere un’opinione comunemente condivisa la esprimono liberamente, mentre quanti ritengono di avere idee impopolari tendono a ridursi al silenzio.
Negli ultimi mesi le bugie e l’intolleranza hanno avuto un’eco spropositata sui media e sui social, legittimando una narrazione dei fenomeni migratori piena di pregiudizi. Ma in Italia non c’è solo chi urla e crea conflitti: c’è un intero paese che crede nella legalità e nell’accoglienza, in legittimi diritti e precisi doveri. È quello che proponiamo con la nostra proposta di legge di iniziativa popolare #EroStraniero, perché il fenomeno migratorio va governato e l’umanità fa bene a tutti.

Abbiamo meno di un mese per raggiungere le 60.000 firme, dacci una mano a raggiungere quest’obiettivo! http://erostraniero.radicali.it/
#QuelliCheNonUrlano

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Un romanzo per gli anni a venire

Ho letto un bellissimo romanzo durante queste settimane, che parla di persone che scappano da posti in cui è impossibile vivere e che finiscono in posti dove vivere è comunque difficile, ma meno impossibile. Parla di un’umanità che cambia e di città che cambiano, perché il Mondo è maledettamente piccolo e gli uomini si sono sempre spostati, nel corso della Storia. Parla d’Amore.

E parla di noi, parla di Roma, parla dei prossimi anni.

«Ma trascorse una settimana. Poi un’altra. Poi i nativi e le loro forze levarono l’assedio.
Forse avevano capito che non se la sentivano di fare quello che sarebbero stati costretti a fare, stringere il cordone e spargere il sangue e se necessario massacrare i migranti, e avevano deciso che si doveva trovare qualche altra soluzione. Forse si erano resi conto che le porte non potevano essere chiuse, che nuove porte avrebbero continuato ad aprirsi, e avevano capito che il rifiuto della coesistenza richiedeva che uno dei due schieramenti cessasse di esistere, e che quel processo avrebbe trasformato anche lo schieramento superstite, e in seguito troppi genitori nativi non sarebbero più stati in grado di guardare i figli negli occhi, di parlare a testa alta di quel che la loro generazione aveva fatto. O forse la pura e semplice quantità di posti in cui ormai c’erano porte aveva reso vano combattere in uno di essi».
Mohsin Hamid, Exit West

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Alternanza

Il PD da solo perde, quasi ovunque. Il Csx unito pure.

Probabilmente è colpa di Renzi, ça va sans dire, ma pure probabilmente va ricordato che siamo un Paese di centro e di destra, e pure un po’ nostalgico, che aveva ed ha tuttora bisogno di essere riformato e modernizzato.

E il Partito Democratico s’è preso la responsabilità governare, da Monti (approvato dalla premiata “ditta” Bersani&Fassina) a Gentiloni, durante la più grave crisi economica di tutto il ‘900 e inizi 2000, e non solo al governo nazionale ma a tutti i livelli amministrativi. Sfido chiunque ad uscirne indenne. E l’alternanza, si sa, è il segnale di salute delle democrazie moderne. Per fortuna che c’è.

Non c’è da essere felici, ma l’unica cosa che mi consola per davvero è vedere molti amici e compagni di sinistra-sinistra finalmente soddisfatti. Che dal 4 dicembre in poi non hanno più smesso di ottenere i risultati sperati.

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Foto Ansa – via @nonleggerlo


Un’opportunità, un investimento civico, un esercizio di democrazia

Questa sera il Consiglio comunale di Terzo di Aquileia ha approvato a maggioranza la delibera per dare il via libera al progetto di fusione. Non abbiamo detto sì a priori alla fusione, abbiamo permesso l’approfondimento del tema che verrà poi valutato dai cittadini. Qui trovate le dichiarazioni di voto depositate, di seguito invece pubblico la mia, se vi va di leggerla. 

Si tratta di un’opportunità di crescita, se sapremo coglierla.

Gentile Sindaco, colleghi Assessori, componenti del Consiglio comunale

Quella che ci apprestiamo ad approvare questa sera è, senza troppi giri di parole, una grande opportunità per la nostra comunità. Non mi riferisco solamente alla fusione di per sé, sulla quale tornerò, ma su cui avremo modo di confrontarci nei mesi a venire, approfondendone rischi e benefici.

La grande opportunità che ci apprestiamo ad affrontare, invece, sta nell’occasione di confronto che stiamo costruendo. I prossimi dodici mesi ci daranno la possibilità di riflettere sulla nostra identità, su cosa significhi, sulle nostre aspettative e le nostre ambizioni, su quali sono gli insegnamenti che i nostri anziani sapranno darci, o che ci hanno dato, e quali invece le visioni e le necessità delle nuove generazioni.
Quello di questa sera è solamente il primo passo, quello che darà il via al processo partecipativo, al coinvolgimento della popolazione, agli approfondimenti sulle strutture amministrative e dei bilanci comunali, necessari per poter decidere con consapevolezza e in autonomia al momento del voto referendario. Il tema, lo sappiamo, è assolutamente delicato e va affrontato con la massima cura e serietà, in maniera laica e soprattutto non ideologica. Ed è ciò che ci promettiamo di fare.

La crescita di una comunità passa anche attraverso questi momenti di riflessione, e sarebbe folle non approfittarne, o voltarsi a priori dall’altra parte, indipendentemente da quello che sarà il risultato finale del referendum. Le risorse che verranno stanziate non saranno “gli ennesimi soldi pubblici buttati al vento che potevano essere usati in altro modo” come già si comincia a sentire. Vanno visti invece come un investimento civico, verso i cittadini e la comunità intera, e investire sulle intelligenze e sul senso civico delle persone è ciò di cui, ora come ora, abbiamo maggiormente bisogno. Dobbiamo tornare a parlarci, ad occupare le piazze e le sedi di partito, a discutere, ad arrabbiarci, ad occuparci della cosa pubblica, come la nostra comunità, le nostre comunità, e il nostro territorio erano abituati a fare, qualche decennio fa. 

Marianella Sclavi, una delle maggiori teoriche della democrazia deliberativa in Italia, parla di quattro livelli di inclusività della democrazia. Il primo, quello che stiamo svolgendo noi in questo momento è il livello zero: ossia basato sui principi del diritto di parola, di contraddittorio e del voto a maggioranza. Questo livello, ovviamente, non può bastare per affrontare temi così delicati e complessi. A questo vanno ad aggiungersi i livelli successivi: il primo comprende l’ascolto e la consultazione, il secondo crea le condizioni per un apprendimento reciproco e collettivo; il terzo riguarda la stabilizzazione e diffusione di questi nuovi approcci, il loro entrare a far parte della “quotidiana amministrazione” della vita pubblica e della convivenza. Permette una crescita non solo per i cittadini ma anche per gli amministratori, i futuri tali, e per la struttura amministrativa.

E’ sbagliato dire che i gruppi di maggioranza dei due comuni hanno deciso di fondersi e stanno andando avanti per la propria strada. Non è solamente questo, e soprattutto non può bastare. Quello che i due Sindaci, supportati dalle rispettive maggioranze stanno proponendo, è un progetto per la crescita delle comunità, e spero che questo possa avere il sostegno di tutti i rappresentanti seduti in questo Consiglio comunale.

Se saremo in grado di cogliere questa sfida potremmo vivere i prossimi mesi come una grande festa di democrazia. Se dobbiamo utilizzare slogan banali o fomentare le paure dei cittadini allora sarà l’ennesima occasione persa. 

Sul motivo del perché è giusto fondere le strutture amministrative di due enti che arrivano chi di poco sopra, chi di poco sotto ai 3.000 abitanti, sulle maggiori capacità di spesa e di investimento (cosa di cui abbiamo assoluta necessità), sulla riduzione dei costi e su una migliore gestione dei servizi, senza per questo rinunciare alla propria identità, non voglio soffermarmi. E’ un tema che affronteranno sicuramente altri, e su cui avremo modo di discutere.

Posso però dire con certezza che chi ha governato negli ultimi anni si è reso conto delle difficoltà che ci sono oggi ad amministrare un piccolo comune. Mi rendo conto anche che è una cosa difficile da capire per chi era abituato ad altre epoche politiche. Governare è difficile. Lo è sempre stato. Ma governare in tempi di crisi lo è ancora di più. E solo chi ha a cuore la propria comunità pensa a riformare le cose, a dargli una nuova forma, è in grado di immaginare il territorio da qui ai prossimi trent’anni, di pianificare seriamente il futuro. Chi si oppone a priori pensa solamente a se stesso. Chi pensa solo all’oggi, o alla prossima scadenza elettorale, non fa nemmeno quello.

Al corso di psicologia all’università mi hanno insegnato che c’è un unico modo per coprire 9 punti su un foglio bianco con solamente quattro linee a disposizione. E a pensarci bene è anche un’ottima metafora sui tanti problemi che ci sono ogni giorno sul banco e le risorse limitate che si ha per affrontarli. Se non avete mai provato, fatelo. Bisogna uscire dagli schemi mentali che ognuno di noi si è creato per interpretare la realtà, è necessario cambiare paradigma, punti di vista se vogliamo risolvere i nuovi problemi. Non è difficile, basta abituarsi a farlo. Ripensare a se stessi e alla propria identità, ripensare alla struttura amministrativa a cui si è abituati, ripensare al territorio in cui si vive e al proprio posto nel mondo è una sfida per il futuro, una sfida che dobbiamo essere in grado di cogliere. E sarà soprattutto una battaglia contro i pregiudizi.

Ai nostri cittadini vorrei personalmente poter dare questa opportunità. 

Buon lavoro a tutti.


Misurare qualcosa

Il PIL non misurerà ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta, ma almeno misura qualcosa, ed è sicuramente meglio di prima. 
(Dati Istat)


Un appello ai miei coetanei, per chi avrà voglia di leggerlo

Una cosa semplice, non un trattato giuridico-filosofico, per chi a pochi giorni dal voto non ci ha capito ancora un granché, o non s’è fatto un’idea.

Si fa un gran dibattere della Riforma Costituzionale, e in queste settimane e mesi abbiamo sentito parecchie voci, spesso in contraddizione tra loro, e tante inesattezze al riguardo. Ci tengo a fare un po’ di chiarezza, un mio punto di vista, e a spiegare come vedo il Mondo e come vorrei l’Italia.

Quello del 4 dicembre è un appuntamento importante, in cui ci verrà chiesto di scegliere quale modello di Paese vorremmo per il nostro futuro e per le generazioni a seguire. Non ci viene chiesto quale modifica in più o in meno avremmo fatto alla ‘Costituzione più bella del Mondo’, avremo davanti a noi due scelte: mantenere quanto abbiamo visto finora oppure cambiare alcune parti della Carta fondamentale che riguardano, però, solamente l’assetto organizzativo delle nostre istituzioni.

Semplicemente questo. Nulla di più, sulla carta.

Non è un voto contro o a favore del Governo Renzi, della sua persona, o delle sue politiche, non è un voto di destra o di sinistra, non è un voto sull’immigrazione, sul lavoro, sui problemi sociali. E’ invece un voto sulle regole che vogliamo darci e dare al Paese, e sul come far funzionare le istituzioni. Far funzionare meglio, sta qui il punto, perché se vi è una certezza è che quanto visto fino ad oggi non può averci soddisfatto, per nulla.

63 governi in 70 anni di repubblica è una degenerazione tutta italiana nel modo di intendere la politica: sono cambiati gli interpreti (che poi alla fine sono sempre gli stessi) ma è rimasta costante l’idea che a cambiare non sia mai veramente nulla, le responsabilità non sono mai di nessuno e i risultati, soprattutto, non si vedono. I risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

La riforma che andremo a votare non è perfetta, lo sappiamo, e lo sappiamo che non potrà mai esserlo perché non è possibile accontentare tutti e perché – per  definizione – una mediazione tra più parti si discosta dall’ideale della perfezione che ognuno di noi ha in mente.

Questa proposta di riforma però ha il merito di definire alcuni cambiamenti fondamentali, di cui se ne parla da quando abbiamo memoria, tra chi come me è nato tra gli anni ‘80 e ‘90. Ci sarà un’unica Camera che darà la fiducia al Governo (come nella maggior parte delle democrazie occidentali), la seconda Camera (il nuovo Senato – meno numeroso e meno costoso) sarà rappresentativo delle regioni e dei Comuni e non è una perdita di sovranità il fatto di delegare la scelta ai rappresentanti territoriali, visto che non voterà la fiducia e che quei rappresentanti hanno già un mandato popolare; si pongono importanti limiti all’uso dei decreti legge; si da’ maggiore dignità a chi si impegna per partecipare attivamente alla vita civica del Paese garantendo un quorum più basso ai referendum che raccolgono 800mila firme, e l’obbligo della discussione in Parlamento per le proposte di legge popolari che raccolgono 150mila firme (oggi sono solo 50mila, ma il Parlamento non è obbligato a discutere quella proposta, svilendo la partecipazione popolare); verrà riorganizzato il rapporto tra lo Stato e le Regioni ordinarie: oggi moltissime materie sono concorrenti, creando ricorsi e disservizi, non garantendo una programmazione unitaria su temi quali il diritto alla salute, la promozione turistica, le infrastrutture di interesse nazionale. Riportare al centro po’ di queste competenze mi pare un’idea quantomeno sensata, e se poi non funziona – come ora – si cambierà. Rimangono escluse dal riordino le Regioni Speciali, come il mio Fvg, che dovranno però dimostrare di saper gestire bene questa ‘responsabilità’. Altre sono le novità, che possono piacere o meno, ma queste a mio avviso sono le principali e quelle che più qualificano la riforma.

Nessuna deriva autoritaria, nessun governo dei Poteri Forti.

I principi fondamentali della Costituzione rimarranno tali. Non vengono toccati i primi 12 articoli e i diritti e i doveri dei cittadini. La nostra rimarrà una democrazia parlamentare e le garanzie costituzionali saranno garantite dalla Corte Costituzionale e dal Presidente della Repubblica (che è una bugia dire che sarà in mano al partito che vince le elezioni visto che aumenteranno, in proporzione, i numeri richiesti per la sua elezione).

Sono un po’ stufo di sentir dire che il Governo non è eletto dal popolo e che il Parlamento attuale è incostituzionale. La Costituzione e la Corte Costituzionale dicono altro, e chi dice il contrario è poco informato, o in malafede. E non siamo chiamati a scegliere sulla legge elettorale, che in ogni caso non costituisce un “pericolo democratico”. Votando Sì, però, con questo sistema, avremo un’indicazione più chiara di chi vince e di chi governa, e che sarà costretto finalmente a prendersi le proprie responsabilità agli occhi degli elettori.

Il 4 dicembre è una data storica per il nostro Paese. Sono convinto che certe visioni ideologizzate (che non vuol dire abbasso le ideologie e i “pensieri lunghi”, ma abbasso i pensieri vuoti e i luoghi comuni) abbiano bloccato, e lo stanno ancora facendo, l’Italia per troppo tempo, dobbiamo essere in grado di superarle se vogliamo costruirci un futuro. Sappiamo che un’occasione simile non ricapiterà troppo presto. Non l’hanno fatto le generazioni prima di noi, non possiamo aspettare di avere 50 anni noi per avere la prossima opportunità. E soprattutto non è credibile quella politica che ti chiede di votare No per poi dirti che è necessario sedersi attorno a un tavolo per riformare la Costituzione, di nuovo. Lo facciamo per i nostri figli e nipoti. Io, personalmente, non vorrei far perdere loro altro tempo.

Vorrei una democrazia che decide, un Paese moderno, una classe politica che possa prendersi le proprie responsabilità su ciò che dice e sul come lo fa. Sono consapevole che non si risolverà tutto con un semplice Sì, che ci sono altri problemi, che non esiste una soluzione unica a tutte le difficoltà che incontriamo ogni giorno e che la riforma non è perfetta (e l’ho detto all’inizio). Ma partire dalle regole che garantiscono un miglior funzionamento delle Istituzioni è fondamentale. Ed è un buon primo passo.

Mi rivolgo agli indecisi, ai miei coetanei, quelli delusi e stufi di tutto, a chi vorrebbe mandare a casa Renzi e lo potrà fare, con proposte e impegno civico, anche all’interno del Partito Democratico. Non sono e non siete degli sprovveduti. Il futuro è il posto dove passeremo le nostre vite, facciamo in modo che sia accogliente, facciamo in modo che sia nostro e che sia governato bene. Starà a noi impegnarci per migliorare quanto c’è e continuare a salvaguardare i valori fondamentali della nostra Repubblica. Partecipando.

Buon voto a tutti.

Francesco

Referendum: Tar Lazio,ricorso inammissibile